“Attivismo sulla violenza di genere: le imprese come attore del cambiamento” EdiMiz A cura di Mario Antonio Massimo Fusario Avvocato e Coordinatore Nazionale MizuyaLegal

“Attivismo sulla violenza di genere: le imprese come attore del cambiamento” EdiMiz A cura di Mario Antonio Massimo Fusario Avvocato e Coordinatore Nazionale MizuyaLegal

Il 25 Novembre si è celebrata la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, ricorrenza, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999, con la finalità di sensibilizzare i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG ad organizzare in quel giorno attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica.

Dal 25 novembre al 10 dicembre (Giornata mondiale dei diritti umani) si celebrano i “16 giorni di attivismo sulla violenza di genere” promossi nel 1991 dal Center for Women’s Global Leadership (CWGL) e sostenuti dalle Nazioni Unite, per promuovere la prevenzione e l’eradicazione di tutte le forme di violenza contro le donne e le ragazze.

Da operatore del diritto e di associazioni giuridiche e di service rilevo che in realtà questa opera di sensibilizzazione non è limitata a quello spazio temporale ma si traduce in un’attività ricorrente nel corso dell’intero anno.

Avvocati, Magistrati, Medici, Psicologi, Educatori, Assistenti sociali, Professori Universitari, organizzano sempre più spesso corsi di formazione dedicati alla violenza di genere con l’intento di preparare i professionisti del settore ad individuare, riconoscere, gestire e monitorare professionalmente situazioni critiche, anche se non apertamente denunciate, vissute dalle donne.

Questo sforzo negli ultimi 20 anni si è fortemente intensificato.
Personalmente ho organizzato il mio primo seminario sul tema rivolto ai professionisti del mondo forense con l’Associazione Italiana Giovani Avvocati nel 2010 in seguito all’entrata in vigore del decreto-legge 11/2009, convertito dalla legge 38/2009 che ha introdotto nel nostro ordinamento il reato di atti persecutori, detto anche stalking, inserendo nel codice penale l’art. 612-bis, e da allora ad oggi ho percepito una presa di coscienza effettiva da parte dei professionisti che va al di là delle celebrazioni del 25 novembre.

Anche i media hanno rivolto la propria attenzione sui casi di violenza di genere, a volte a mio modesto parere, in modo morboso e volto solo all’audience: ogni mattina, pomeriggio e sera ci sono trasmissioni che riportano la cronaca quotidiana sui casi di violenza, con approfondimenti che vanno oltre il dovere di cronaca.

Eppure il fenomeno persiste, anzi pare aumentare!

119 donne uccise in Italia nel 2021, 125 nel 2022, 100 al 25 ottobre 2023, dato che in questi ultimi giorni è aumentato e che ieri ha visto l’ingresso della povera Giulia Cecchettin.

Il meraviglioso film di Paola Cortellesi “C’è ancora domani” impone una riflessione sul fatto che seppure l’evoluzione normativa e l’affermazione dei diritti seguono l’evoluzione dei costumi sociali, i temi trattati nel film (violenza e disparità di genere) sono ancora oggi di estrema attualità.

In Italia i dati Istat mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale e la cronaca quotidiana sostiene che il luogo più pericoloso sono le mura domestiche.

Ed allora c’è bisogno di un impegno culturale, oltre che normativo, che deve coinvolgere anche le imprese.

Il luogo di lavoro è infatti un posto pericoloso: i dati Inail riferiti al quinquennio 2017-2021 in relazione agli infortuni femminili in occasione di lavoro e riconosciuti positivamente da Inail (al netto dei Covid), la causa «violenza, aggressione e minaccia», da parte di persone esterne all’azienda o da colleghi della stessa azienda, rappresenta oltre il 5% dei casi codificati, circa 20.500 infortuni nell’intero quinquennio (poco più di 4.000 l’anno).

Ma non solo: il divario occupazionale, retributivo e carrieristico è ancora molto alto.

Il Rapporto globale sulla disparità di genere 2023 evidenzia come l’aumento della partecipazione economica delle donne e il raggiungimento della parità di genere nella leadership, sia nelle aziende sia nei governi, siano due leve fondamentali per affrontare i divari di genere più ampi nelle famiglie, nelle società e nelle economie[1].

Su questo presupposto le imprese possono fare la loro parte: tra gli obiettivi del PNRR vi è il raggiungimento, entro il 2026, dell’incremento di cinque punti nella classifica dell’Indice sull’uguaglianza di genere elaborato dall’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE).

Entro il secondo trimestre 2026 almeno 800 imprese (di cui almeno 450 PMI) devono ottenere un’apposita certificazione.

Per agevolare il raggiungimento di questo obiettivo sono stati stanziati 5.500.000,00 euro come contributi a copertura dei costi per la consulenza e la certificazione.

Il 16 marzo 2022, sono state pubblicate le prassi Uni PdR 125:2022 sulla parità di genere grazie al quale ogni ente ed organizzazione, sia pubblico che privato, può intraprendere il percorso per richiedere la certificazione.

Oltre al valore socio-culturale del percorso di certificazione, con la connessa e consequenziale crescita reputazionale, sono previsti incentivi sotto forma di esonero contributivo determinato in una misura non superiore all’1% e nel limite massimo di 50.000 euro annui per ciascuna azienda, inoltre è previsto un punteggio favorevole per la concessione di aiuti di stato e/o finanziamenti pubblici in genere nonché un vantaggio competitivo nelle graduatorie dei bandi di gara pubblici per servizi, forniture ed appalti in taluni casi del beneficio di riduzione del 30% della garanzia fideiussoria per la partecipazione all’appalto.

Ma v’è di più, i processi interni volti all’ottenimento della certificazione possono entrare a pieno titolo nell’adozione dei modelli organizzativi imposti dal legislatore a tutte le imprese ai sensi del novellato art. 2086 cc.

Non ci sono più scuse per rimandare, c’è bisogno di un impegno concreto da parte della cultura imprenditoriale ed un processo di contaminazione tra le aziende.

Ma secondo voi, se aziende come Amazon, Danone, Groupama hanno puntato sulla certificazione UniPDR 125:2022, non è quello il trend da seguire?

Ed allora non indugiamo ancora e facciamo della lotta alla disparità di genere un’opportunità di crescita per l’impresa e del percorso per ottenere la certificazione un motivo di crescita socio-culturale.

Avv.to Mario Antonio Massimo Fusario
Coordinatore Nazionale MizuyaLegal

 

[1] “Global Gender Gap, l’Italia scivola dal 63esimo al 79esimo posto” – Sole24ore, 21 giugno 2023



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